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Ulisse Di Corpo

 

 

 

Nasco nel 1959 da padre cattolico e madre protestante con visioni diametralmente opposte della vita. Mio padre, abruzzese, era cresciuto in un paesino di alta montagna in mezzo agli stenti e alla fame. Per lui la priorità assoluta era mettere da parte per i momenti difficili. Mia madre, cresciuta in Inghilterra, era dell’idea opposta. Secondo lei si vive una sola volta e dobbiamo godere la vita il più possibile. Entrambi erano funzionari delle Nazioni Unite. Mio padre conduceva una vita frugale, risparmiava e si ritrovava sempre con molti soldi che gli permettevano di aiutare noi figli su cose importanti (ad esempio l’acquisto di una casa), mia madre si ritrovava sempre senza soldi.

 

Da piccolo ricevevo dai mei genitori risposte divergenti e ben presto mi convinsi che dovevo cercarle al mio interno. Mi iscrissero ad una scuola privata gestita da suore, ma all’età di 7 anni mi dichiaravo ateo e rifiutai di fare la prima comunione. “Perché la creazione?” mi chiedevo. Mi immaginavo sospeso nel vuoto e andare a ritroso nel tempo. Non capivo perché improvvisamente ogni cosa dovesse sparire a causa di una creazione. Mi affascinava la cosmologia, la teoria del big-bang, la formazione delle galassie, dei pianeti. Trovai un articolo che descriveva l’universo che collassava per via delle forze gravitazionali, per poi riesplodere in un nuovo big-bang. I calcoli indicavano che al massimo della contrazione l’universo avrebbe occupato uno spazio inferiore al nucleo di un atomo di idrogeno. Come possono tutte le galassie, tutti i pianeti, tutti i soli, concentrarsi in uno spazio così piccolo. Che cos’è la materia? E’ solida o è vuota? Come può un oggetto, milioni di anni luce lontano da me, esercitare un’attrazione su di me? Come possono i miei atomi esercitare una forza attrattiva (seppur minima) su tutti gli altri atomi dell’universo? Come posso attrarre qualcosa di cui non conosco l’esistenza? Il principio di causa ed effetto mi era chiaro, ma la forza di gravità era per me un mistero.

 

Mio padre era orgoglioso del suo paesino in alta montagna. Vi portava in vacanza i colleghi delle Nazioni Unite e ben presto questi comprarono casa e il paesino si riempì di persone di tutte le nazionalità. Il contatto continuo con coetanei di culture diverse rafforzò ulteriormente la mia autonomia di pensiero.

 

Sabato 19 febbraio 1972 ero andato a sciare: durante la pausa pranzo scelsi una pasta con un ragù talmente nauseante da spingermi a diventare vegetariano. A questa decisione si accompagnò anche la scelta di non bere caffè, alcol, utilizzare farmaci, vedere partite di calcio, far parte di gruppi religiosi, fumare, usare droghe... non sapevo spiegarmi come queste scelte andassero assieme, ma sentii un “imperativo” nel cuore che mi ordinava di fare così.

 

Nel 1975 venni scelto per un programma di un anno di scambio interculturale (AFS/Intercultura). Andai a vivere a Jefferson City Missouri, dove ho ottenuto il diploma di scuola superiore.

 

La prima domenica presso la mia famiglia americana, la madre americana mi chiese di andare con loro in chiesa. Risposi che non ero credente. Ma, rispose: "Non è permesso!" Mi venne richiesto di andare in chiesa ogni domenica e così decisi di andare ogni domenica in una chiesa diversa. Negli Stati Uniti esistono tantissime confessioni e nella piccola cittadina di Jefferson City ve ne erano più di 100. Quando i genitori andavano via per il fine settimana, mio fratello americano organizzava dei “bear parties”: tutti si riunivano per ubriacarsi di birra. Mi rifiutavo di partecipare.

 

Giunti a Natale, mia madre americana mi disse: "Ne abbiamo parlato a lungo e siamo giunti alla conclusione che poiché non credi tu sei un ateo, se sei un ateo sei un comunista ed i comunisti sono diavoli". Mi chiese di andare via.

 

Per un paio di settimane venni ospitato dalla responsabile locale del programma AFS. Una famiglia molto ricca, con due aerei privati, Cadillac e che faceva enormi donazioni alla Oral Roberts University.

 

Sono stato poi ospitato da una famiglia estremamente povera. Non avevano i soldi per comprare il cibo e potevamo mangiare solo nella caffetteria della scuola. La domenica mi portavano ad in incontri di “speaking in tongues”. Un rito religioso dove i partecipanti, a turno, si gettavano  per terra avanti all’altare e iniziavano a piangere e a fare strani vocalizzi. Un’autorità, in giacca e cravatta, a quel punto affermava che si trattava di antico aramaico e indicava le pagine della bibbia. Era un'esperienza molto dura, sembrava di stare nel più retrivo Medioevo. Alla fine del mio soggiorno ho chiesto al padre americano di questa famiglia perché mi avessero ospitato e lui mi rispose: "Se aiuti qualcuno Gesù ti salverà".

 

Il 2 aprile 1976 ero a Joplin Missouri per un incontro con altri studenti AFS. Parlai a lungo con un ragazzo Iraniano. Rimasi affascinato! Non avevo conoscenza della loro cultura e ciò che mi diceva aveva un senso e non era dogmatico. Le sue idee sull’amicizia e l’amore mi diedero speranza per il futuro dell'umanità. Quella notte circa alle 3 e 30 improvvisamente mi svegliai. Vedevo avanti a me una nebbia arancione che emanava una strana luminescenza. Provai improvvisamente sensazioni di calore e di amore nell’area del cuore e una specie di comunicazione telepatica, non basata sulle parole, ma su visioni e sentimenti, difficili da tradurre in parole. Sentivo questo forte calore nell’area del cuore. Questa luminescenza arancione si estese e mi avvolse e improvvisamente ebbi la visione del futuro dell'umanità. Un mondo ricco di vita, con grandi strutture, strutture piramidali trasparenti che brillavano di luce, di vita e di amore. Sentii un sentimento di certezza, la certezza che questo era il futuro dell'umanità. All'improvviso la stanza si fece buia e la luminescenza arancione svanì. Sentii il freddo della notte, ero seduto sul lato del letto. Le altre persone in camera mi chiesero di smettere di fare rumore.

 

Questa esperienza mi diede una forte speranza per il futuro dell'umanità che la mia mente non riusciva però a tradurre in qualcosa di razionale.

 

Questa visione mi portò all'intuizione della sintropia, che ebbi nell'aprile del 1977.

 

Martedì 19 aprile 1977 improvvisamente mi chiesi: “e se esistesse un altro livello? Un livello della realtà, un pilastro della realtà al pari della materia e dell’energia? Tre livelli fondamentali: il livello materiale, il livello dell’energia e il livello del sentire di esistere!” Il sentire di esistere doveva avere proprietà simmetriche a quelle dell’energia fisica: da una parte l’energia fisica divergente, dall’altra il sentire di esistere convergente. Con la semplice aggiunta del “sentire di esistere”, tutti i pezzi del mosaico si unirono in un quadro coerente ed ebbi una esperienza per alcuni versi simile a quella della strana nebbia arancione. Avvertii la coesistenza di passato, presente e futuro, e percepii uno squarcio tra il regno visibile e quello invisibile. Una forte vibrazione mi scosse dall’interno: la voce del cuore stava reagendo e mi diceva che questa era la strada da seguire. Improvvisamente la depressione e l’angoscia erano svanite e mi sentii fuori dal tunnel della crisi esistenziale. Mi resi conto di aver toccato qualcosa di estremamente importante, dove ogni livello era caratterizzato da un bisogno vitale specifico: i bisogni materiali erano espressione del livello materiale, il bisogno di amore del livello del sentire di esistere e il bisogno di significato del livello dell’energia fisica. Decisi di approfondire questa visione iscrivendomi alla facoltà di psicologia, ma ben presto mi dovetti arrendere al fatto che la psicologia è materialista. La coscienza era trattata solo come proprietà emergente dalla materia. Mi avventurai nella ricerca e divenni un esperto di tecniche statistiche non parametriche che consentono di lavorare con dati qualitativi. L’unico professore che mostrava interesse per le mie idee era il professore di matematica (laureato in astrofisica) e decisi di fare la tesi con lui. Mi laureai il 30 giugno 1981 con il massimo dei voti.

 

Non sapevo cosa fare, ero disorientato. Presi una pausa e andai in Inghilterra per un mese di vacanze nel paesino di 400 anime da dove proveniva mia madre. Il 28 luglio, ricorrenza dei 25 anni dalla morte di Fantappiè, un ragazzo del posto mi invitò al pub dove si tenevano i festeggiamenti per il matrimonio di Carlo e Diana del giorno successivo. Mi presentò una ragazza. Anche lei aveva la madre dello stesso paesino. Anche lei veniva da Roma. Le chiesi se andasse allo stesso liceo che avevo frequentato. “Come fai a saperlo?” Le chiesi se conosceva la sorella di una amica che frequentava quel liceo. Mi rispose “sì è la mia compagna di banco.” Mia madre e sua madre provenivano dallo stesso paesino, ma non si erano mai conosciute. Erano venute in Italia, si erano sposate con italiani e vivevano a poche centinaia di metri l’una dall’altra. Avevamo gli stessi amici, ma non ci eravamo mai conosciuti. Parlammo a lungo. Anche lei era brava in matematica e statistica. Questo incontro mi colpì profondamente. Le coincidenze erano semplicemente impossibili. Le probabilità erano nulle. Presi la decisione di iscrivermi ad un perfezionamento/dottorato in statistica!

 

Il preside, Vittorio Castellano, espresse subito grande interesse per la tesi che avevo svolto a psicologia e mi disse: “Questa è la sintropia di Luigi Fantappiè!” Non sapevo niente di Luigi Fantappiè e della sua teoria sulla sintropia. Mi spiegò che uno dei grossi dilemmi della statistica è il rapporto tra statistica e vita. La matematica è nata nel campo dell’astronomia, dell’ingegneria e della fisica per descrivere il comportamento dei sistemi fisici, mentre la statistica è nata per studiare le persone, la biologia, la società, la medicina e l’economia, cioè i sistemi viventi. Castellano mi ripeteva che la differenza tra statistica e matematica è la stessa che passa tra vita e non vita. Corrado Gini, fondatore dell’ISTAT, ospitò per anni presso la facoltà di Statistica di Roma gruppi di studio di metafisica e di parapsicologia con lo scopo di cercare di capire che cos’è la vita. Tra i partecipanti, Luigi Fantappié, che nel 1941 aveva coniato il termine sintropia (unendo le due parole greche syn=convergente e tropos=tendenza) per descrivere un’energia convergente, invisibile, che ha le proprietà della vita. I lavori di Luigi Fantappiè erano all’epoca introvabili. Dopo aver letto la mia tesi Vittorio Castellano mi chiese di essere il mio tutor. Discussa la tesi cercai di portare la sintropia nel mondo reale, ma con grande delusione mi resi conto che non suscitava interesse.

 

Nell’autunno 1996, mentre facevo jogging a Villa Pamphili, prese improvvisamente forma nella mia mente la trama del romanzo “Sintropia” che scrissi nel novembre 1996 e che decisi di pubblicare nell’aprile del 1997. Nicola, un amico poeta di Padova, era venuto a trovarmi a Roma. Andammo a cenare al Jaya-Sai-Ma, un ristorante vegetariano vicino a casa e scegliemmo un tavolo al centro della sala. La padrona del locale, Menalda, ci invitò a cambiare tavolo. Chiesi come mai, visto che c’erano tanti posti liberi e quello da noi scelto non sembrava essere stato prenotato da nessuno. “Abbiamo appena utilizzato questo tavolo per presentare prodotti Ayurvedici”, mi rispose, “prodotti carichi di energia. Lo dobbiamo portare via.” Colsi l’occasione per chiederle: “Fate anche presentazioni di libri?Menalda: “Certamente; inoltre, se il libro parla anche di alimentazione vegetariana mettiamo a disposizione tutto gratuitamente, compresi i rinfreschi.” Visto che Sintropia, tra le altre cose, parla anche di alimentazione vegetariana le chiesi il telefono, e non appena il tipografo mi comunicò il giorno in cui avrei avuto le prime copie del libro, la contattai. “Sì, mi ricordo bene di Lei, venga stasera a cena e ne parleremo a quattr’occhi.” Mi ero preparato troppo in fretta e per far passare il tempo presi il giornale che avevo accanto a me. Lo aprii a caso e mi trovai avanti a un paginone interamente dedicate a Sai Baba. Lessi rapidamente, e mentre leggevo l’interesse cresceva. Rimasi colpito dall’identità tra Sintropia e il messaggio di Sai Baba. Il romanzo Sintropia descrive l’inizio dell’era dell’amore e Sai Baba ricorda che il messaggio di amore è al centro di tutte le religioni. Più tardi nel ristorante, dopo essermi seduto, notai alle spalle di Menalda una grande fotografia di Sai Baba. Menalda fece qualche apprezzamento sulla copertina che avevo portato e riconfermò la sua totale disponibilità. Mentre le descrivevo il romanzo passò uno dei camerieri, Maurizio, che vedendo la copertina esclamò: “Sintropia, ciò di cui parlava Fantappiè!” Rimasi colpito. Pochi, praticamente nessuno, conosceva i lavori di Fantappiè e ancor meno il piccolo libro in cui Fantappiè descriveva la sintropia. Parlai con Maurizio e mi resi conto della sua vasta e profonda conoscenza; gli chiesi se poteva aiutarmi il giorno della presentazione, il 9 luglio. All’inizio di luglio stavo parlando con Alessandra, un’amica: “Non trovi strane le circostanze che hanno portato a fissare la prima presentazione del libro presso il Jaya-Sai-Ma? Pensa, è tutta colpa di Nicola, se non fosse stato per lui quella sera non sarei andato al ristorante vegetariano!” esclamai. “Sarebbe proprio bello”, disse Alessandra, “se Nicola fosse con te alla presentazione.” Finita la telefonata squillò il telefono: “Pronto, sono Nicola. Ti volevo dire che mercoledì sera sarò a Roma, sto andando in vacanza con mio figlio in Sicilia. Ci puoi ospitare?” Con Alessandra avevo appena parlato di Nicola ed ecco che viene a Roma proprio il giorno della presentazione del libro. Mercoledì 9 luglio, giorno della presentazione, la macchina non partiva (il serbatoio era praticamente vuoto, l’avevo parcheggiata in salita e non pescava il gasolio). Nonostante questo imprevisto riuscii a portare un numero sufficiente di copie del libro al ristorante proprio grazie all’auto di Nicola. Maurizio arrivò puntuale e dopo poco iniziò l’introduzione. Ci saranno state una sessantina di persone e dentro di me ripensavo alla strana apparizione di Nicola. Maurizio iniziò: “mi ha colpito il fatto che il messaggio di Sintropia coincide con il messaggio di amore di Sai Baba.” In quei giorni avevo letto qualcosa su Sai Baba e ogni volta avevo trovato una forte analogia con il messaggio di Sintropia. Maurizio continuò: “…la data di inizio di questo romanzo, il 23 novembre 2026, è il giorno del centesimo compleanno di Sai Baba.” Trasalii; avevo scelto la data del 23 novembre 2026 solo per far capitare la celebrazione del centenario dell’ISTAT nella data giusta (26 novembre) e da lì ero dovuto scendere fino al 23 novembre . Scorsi velocemente qualche libro su Sai Baba ed ebbi subito la conferma. Sai Baba era nato il 23 novembre 1926. Maurizio aggiunse: “Come sapete, Sai Baba dice che nella vita attuale la sua missione è quella di ricordare il messaggio di amore. Il 23 novembre del 2026, data in cui si reincarnerà, avrà inizio l’era dell’amore.” Il romanzo parla dell’inizio dell’era dell’amore. Feci la mia presentazione e alla fine molti vennero da me convinti che io fossi la penna di Sai Baba. Evitai di coinvolgermi nel gruppo di Sai Baba, nonostante i tanti inviti. Sentivo che dovevo tener fede alla scelta che avevo fatto all’età di 13 anni, quando ero diventato vegetariano: dovevo rimanere lontano dai gruppi religiosi.

 

Nell’estate del 1998 mi trovavo in Ungheria, nel piccolo villaggio di Visegrád, per il raduno di un gruppo internazionale di ospitalità. La stagione era favolosa e decidemmo di andare a fare un’escursione in montagna. Il cielo era limpido, non c’era una nuvola, ma dopo solo un’ora nel bosco iniziò una pioggia torrenziale. Le mappe si sciolsero nell’acqua, eravamo completamente zuppi e disperati. Il sentiero era diventato un ruscello. Dopo poche centinaia di metri di salita trovammo un campeggio. Nella prima tenda una ragazza stava allattando e ci indicò una struttura di legno più avanti. Entrammo di corsa, ci togliemmo i vestiti zuppi, i pantaloni grondanti di acqua. Io inciampai su di una statuina del Buddha che era al centro della sala e a quel punto vidi che attorno a noi c’erano una ventina di monaci in meditazione, rivolti verso il muro. Una ragazza ci portò vestiti asciutti e quando i monaci finirono la meditazione rimanemmo a pranzo con loro. Finito il pranzo ci invitarono a prendere parte alla loro meditazione Zen. La trovai naturale e benefica. Solo uno di loro parlava inglese e ci invitò a ritornare. Il giorno dopo riportai i vestiti che ci avevano dato e provai di nuovo la loro meditazione seduta. La settimana successiva andai per 3 giorni. La loro pratica calmava il chiacchiericcio della mente e portava l’attenzione al cuore. Arrivato a Roma, dopo un paio di giorni, mi telefona una signora che abita accanto a casa per chiedermi informazioni sull’associazione di ospitalità di cui facevo parte. Mi dice che ha un centro yoga e che quella stessa sera vi era una presentazione. Vado e scopro che sia lei come il compagno sono monaci Zen e praticano lo stesso tipo di meditazione Zen che avevo conosciuto in Ungheria. Per un paio di anni ho seguito con assiduità la meditazione Zen, finché il chiacchiericcio della mente non si è calmato completamente. Da allora sperimento il silenzio della mente e ho scoperto che ciò è fondamentale per sentire il cuore.

 

Da qualche anno ospitavo una amica del liceo che aveva avuto un forte esaurimento. La sua situazione di difficoltà è stata di grande insegnamento. Ho scoperto che vi è differenza tra come le cose appaiono e come sono veramente e che spesso ciò che sembra bene è male e ciò che sembra male è bene. Mi ha insegnato a vedere e non a guardare. Guardare con i sensi fisici ci limita all’apparenza, vedere con il cuore ci porta a sentire l’essenza.

 

Nel 2001 stavo per gettare definitivamente la spugna: la sintropia non interessava! Sabato 6 gennaio, tornando a casa dopo essere stato a pranzo da mio padre, passai avanti alla pasticceria di Sai Baba ed espressi quasi soprappensiero il desiderio di una compagna con la quale continuare questa avventura. Il giorno dopo andai ad una festa organizzata da amici che incontravo quasi settimanalmente. Dopo poco entrò una ragazza, sentii il cuore sobbalzare e una sensazione interiore che mi diceva “è lei!” A metà serata presi il coraggio, mi avvicinai e parlammo fino a tardi. Volevo telefonarle il giorno dopo per chiederle di uscire, ma avevano provato a rubarmi l’auto. Martedì 9 gennaio, dopo aver ritirato l’auto dal meccanico, le telefonai. Erano le 8 di sera e le chiesi di uscire. Lei pensava che mi riferissi al sabato successivo, l’andai a prendere qualche minuto dopo. Un’eclisse totale di Luna contraddistinse l’intera serata. Il giorno dopo il 10.01.01 ci siamo fidanzati e il 10.10.01 (stessa data, ma capovolta) ci siamo sposati. Antonella non mostrava alcun interesse per la Sintropia ed era completamente refrattaria alla matematica. Da un punto di vista “razionale” era la persona meno adatta per accompagnarmi in questo percorso. Chiese però la possibilità di tornare a studiare all’università. E questo fu il mio regalo di matrimonio. Si iscrisse a psicologia, indirizzo cognitivo e le sincronicità la portarono ad una prima tesi intitolata “Entropia e Sintropia, dalle scienze della meccanica alle scienze della vita,” che sviluppò poi nella tesi specialistica e nel dottorato dove testò la seguente ipotesi: “se la vita è alimentata di sintropia, i sistemi che sostengono i processi vitali devono mostrare attivazioni retrocausali pre-stimolo.” Questo strano effetto era già descritto nella letteratura scientifica e Antonella sviluppò esperimenti che misurando i parametri della frequenza cardiaca e della conduttanza cutanea (parametri del sistema neurovegetativo che sostiene i processi della vita) mostrano che questi parametri si attivano in anticipo rispetto a stimoli emozionali mostrati successivamente in modo casuale (cioè impredicibile). Non appena la Sintropia trovò riscontro sperimentale scoppiò il putiferio. I docenti che seguivano Antonella ritenevano i suoi risultati impossibili e si rifiutarono di replicare gli esperimenti. La attaccavano però sul piano personale. Un docente arrivò persino a chiedere che venisse espulsa dall’università. Le tensioni erano alle stelle. Nonostante ciò Antonella riuscì a terminare il suo lavoro e a discutere la tesi avanti alla commissione nazionale, commissione che non poté che constatare la validità scientifica dei suoi risultati. Durante la discussione il suo tutor era assente, come anche tutti gli altri docenti che l’avevano seguita. Erano terrorizzati all’idea di essere associati ad una visione “eretica” come quella della retrocausalità. Mettere in discussione il dogma di causa ed effetto, secondo il quale le cause devono sempre precedere i loro effetti, non era tollerato.  Nel frattempo avevamo preso contatti con altre realtà che lavorano in ambiti analoghi. Iniziammo a tenere conferenze per la SSE (Society for Scientific Exploration) per il WISE (World Institute for Scientific Exploration), il SAND (Science and Non Duality), l’IAC (International Accademy of Consciousness), l’SMN (Scientific Medical Network) e a pubblicare articoli scientifici e libri. Nel 2015 l’ICRL (International Consciousness Research Laboratory di Princeton) ha pubblicato il nostro libro “Syntropy the spirit of love.”

 

In famiglia il mio lavoro sulla sintropia non è mai stato apprezzato, ad eccezione per mio padre. L’importanza che mio padre dava al risparmio aveva portato gli altri ad accusarlo di materialismo e di mancanza di spiritualità. Quando nel 2012 ebbe un ictus che lo costrinse sulla sedie a rotelle, volle andare a vivere in una casa di riposo e liberarsi di tutti i suoi averi. Ripeteva “Muore felice chi non ha nulla.” Nei tre anni che gli rimasero sperimentò una trasformazione incredibile. Qualche anno prima dell’ictus era stato in Bulgaria con degli amici. Da questo viaggio tornò sconvolto. Entrando nel monastero di Rila, nelle montagne vicino a Sofia, incominciò a tremare e a piangere. Mi disse che conosceva tutto di quel monastero: dove stavano il refettorio, le stanze, i corridoi, anche la stessa conformazione delle pietre del camino. Mi disse che da anni gli veniva in sogno quel posto. In casa di risposo ogni tanto mi diceva: “Sai Ulisse ho l’impressione che in quel monastero…” e nel giro di poco si convinse che aveva vissuto una vita precedente: “Ero padre priore, producevamo un vino rosso squisito, e ogni mattina alle 8 dicevo la messa già ubriaco.” Era una persona intuitiva. Per lui la parte visibile e quella invisibile erano fuse assieme, in un’unica realtà, di gran lunga più interessante di quella nella quale le altre persone vivono. Parlava del cuore ed esprimeva i suoi sentimenti. La certezza di una realtà invisibile e di aver vissuto una vita precedente, lo portarono a convincersi che la morte non è altro che un momento di passaggio del nostro viaggio. Sapeva che gli mancavano pochi giorni, ma era felice, con il sorriso e gli occhi che gli brillavano di gioia. Non ha accusato alcun dolore e nel momento del passaggio ripeteva: “mi sento bene, mi sento felice, tra poco rivedrò tutti!”

 

Nel marzo 2014 John Kinneman, professore alla Colorado University, con il quale avevo avuto un intenso scambio sulla retrocausalità, mi gira le mail di una signora turca, Ayten Aydin. Aydin, aveva notato la convergenza tra le idee di Robert Rosen sui Sistemi Anticipatori, la sintropia di Fantappiè e il Punto Omega di Teilhard de Chardin, e stava condividendo con il gruppo di Rosen i libri che avevo pubblicato assieme ad Antonella. Cerco informazioni su internet e trovo la pagina Wikipedia di Aydin. Mi colpisce subito il fatto che abita in Italia, a Roma e vicino a casa mia! La contatto e al primo incontro scopro che aveva lavorato alla FAO, nella stessa divisione di mio padre.